Il 21 febbraio 2025, alle 20:16 UTC circa, qualcuno alla scrivania di Bybit ha cliccato "conferma" su una transazione che sembrava una normale operazione di routine. Ventuno minuti dopo, 401.347 ETH — circa 1,5 miliardi di dollari all'epoca — erano spariti da uno dei cold wallet più sorvegliati del settore. Non un bug crittografico. Non una chiave privata rubata con un malware banale. Un inganno visivo, chirurgico, costruito per ingannare gli occhi di persone che stavano facendo esattamente ciò che le procedure di sicurezza gli imponevano di fare.
È il furto di criptovalute più grande della storia. E il modo in cui è avvenuto dovrebbe far tremare chiunque abbia mai ripetuto, come un mantra rassicurante, la frase "usiamo un multisig, quindi siamo al sicuro".
Come si ruba un miliardo e mezzo senza rompere una sola chiave crittografica
Bybit custodiva parte delle sue riserve in un cold wallet Ethereum gestito tramite Safe{Wallet} (ex Gnosis Safe), l'infrastruttura multisig più usata nel settore istituzionale. Il principio è semplice e, sulla carta, robusto: nessuna transazione parte senza che più firmatari indipendenti la approvino, ognuno verificando il contenuto sul proprio dispositivo prima di firmare.
Il problema è che quel giorno i firmatari — incluso il CEO Ben Zhou — non stavano verificando quello che pensavano di verificare.
Gli attaccanti avevano compromesso, con settimane di anticipo, la macchina di uno sviluppatore che lavorava per un fornitore terzo di Safe{Wallet}. Da lì hanno iniettato codice malevolo nell'interfaccia utilizzata per firmare le transazioni: quando i firmatari Bybit aprivano l'app per approvare un trasferimento apparentemente innocuo, l'interfaccia mostrava dati puliti e familiari, mentre in background la transazione reale conteneva un aggiornamento del contratto intelligente del wallet — un cambio di logica che dava agli attaccanti il controllo pieno dei fondi.
Ogni firmatario ha visto quello che gli attaccanti volevano che vedesse. Ogni firmatario ha approvato esattamente ciò che la procedura gli chiedeva di approvare. Il multisig ha funzionato alla perfezione — ha semplicemente autorizzato la transazione sbagliata, perché nessuno dei livelli di sicurezza umani o tecnici era progettato per rilevare un'interfaccia bugiarda.
Questo è il punto che l'industria fatica ad ammettere: il multisig protegge dal furto di una singola chiave. Non protegge da un'interfaccia compromessa che mente simultaneamente a tutti i firmatari. È un attacco alla fiducia visiva, non alla matematica della crittografia — ed è per questo che ha funzionato contro un sistema che, sulla carta, era progettato per essere quasi impossibile da violare.
Lazarus Group: la firma di uno Stato, non di una gang
Nel giro di poche ore dall'hack, le società di analisi on-chain — Elliptic, Chainalysis, il ricercatore indipendente ZachXBT — hanno iniziato a tracciare pattern di riciclaggio identici a decine di altri furti attribuiti a Lazarus Group, l'unità di hacker legata al regime nordcoreano. L'FBI ha formalmente confermato l'attribuzione nei giorni successivi.
Non è una novità isolata. Secondo le stime delle stesse agenzie, i gruppi collegati alla Corea del Nord hanno sottratto oltre 3 miliardi di dollari in criptovalute dal 2017 a oggi, con un'accelerazione marcata negli ultimi anni: Ronin Bridge, WazirX, decine di exchange minori. I fondi rubati finanziano, secondo le Nazioni Unite, una parte significativa del programma missilistico e nucleare di Pyongyang — sanzionato e isolato da ogni canale finanziario tradizionale, ma perfettamente operativo su blockchain pubbliche.
Qui sta il primo paradosso strutturale di questa storia: stiamo parlando di un'unità di intelligence militare di uno Stato-nazione, con risorse, tempo e pazienza per infiltrare un fornitore terzo per settimane prima di colpire — non di un teenager con un exploit scaricato da un forum. Le difese pensate per exchange, wallet provider e utenti retail non sono progettate per fermare avversari di questo livello, e infatti non lo hanno fatto.
Il riciclaggio: veloce, distribuito, quasi irrecuperabile
Nelle ore successive all'hack, i fondi rubati sono stati spezzettati in migliaia di transazioni e fatti passare attraverso mixer, bridge cross-chain e in particolare THORChain, un protocollo decentralizzato di swap che non richiede KYC e che — proprio per questo — è diventato il canale preferito per il riciclaggio su larga scala di fondi rubati nel 2025.
Un ruolo chiave lo ha giocato anche eXch, un exchange non regolamentato che ha processato una parte consistente dei fondi Bybit prima di essere chiuso dalle autorità tedesche nell'aprile 2025 — un'azione arrivata mesi dopo l'hack, quando la maggior parte dei fondi era già stata convertita, mescolata e resa enormemente più difficile da tracciare.
Bybit ha risposto offrendo una taglia (bounty) fino a 140 milioni di dollari per chiunque contribuisse a tracciare, congelare o recuperare i fondi rubati, coinvolgendo attivamente la community di analisti on-chain. Il risultato è stato parziale: alcune quote sono state congelate su exchange centralizzati che hanno collaborato, ma la stragrande maggioranza dei fondi resta, ad oggi, fuori dalla portata di qualunque autorità.
Il paradosso regolatorio: la legge insegue l'utente sbagliato
Ed è qui che la vicenda Bybit smaschera qualcosa di più profondo di una singola falla tecnica. L'intero impianto regolatorio che l'Unione Europea e altre giurisdizioni hanno costruito attorno alle criptovalute — MiCA in testa, con i suoi obblighi di KYC, tracciabilità delle transazioni, travel rule sui trasferimenti — è pensato per sorvegliare l'utente retail: chi compra, chi vende, chi trasferisce fondi tra wallet.
Non una singola clausola di quell'impianto normativo tocca minimamente un'unità di hacker sponsorizzata da uno Stato che opera al di fuori di ogni giurisdizione cooperativa, attraverso infrastrutture progettate proprio per non lasciare tracce riconducibili a un'identità. Il regolatore ha costruito un sistema di sorveglianza capillare sull'utente onesto che deposita 500 euro su un exchange, mentre resta strutturalmente cieco di fronte a un attore che sposta un miliardo e mezzo di dollari in ventuno minuti.
Non è un difetto di applicazione. È un disallineamento strutturale tra chi la norma può effettivamente controllare e chi rappresenta il rischio sistemico reale.
L'ipocrisia del marketing sulla sicurezza istituzionale
Per anni, il settore ha venduto ai clienti istituzionali — e non solo — il multisig come sinonimo di sicurezza "di livello bancario": nessun singolo punto di fallimento, nessuna chiave che da sola può muovere fondi, controllo distribuito. È un argomento di vendita legittimo, quando descrive correttamente cosa protegge un multisig.
Il problema è quando quell'argomento viene presentato come garanzia assoluta, senza menzionare che l'intera architettura crolla se l'interfaccia che i firmatari usano per "vedere" cosa stanno firmando viene compromessa a monte. Bybit non aveva scelto un fornitore improvvisato: Safe{Wallet} è, ancora oggi, lo standard de facto dell'industria. Se è successo a loro, con quel livello di adozione e di controllo, può succedere a chiunque altro che si affidi allo stesso modello di fiducia — un firmatario umano che si fida di ciò che uno schermo gli mostra.
Il compito di ogni piattaforma che comunica la propria sicurezza dovrebbe essere spiegare cosa il multisig protegge davvero e cosa no, non vendere una sensazione di infallibilità che i fatti hanno smentito nel modo più costoso possibile.
La parte che Bybit ha fatto bene
Detto questo, sarebbe disonesto raccontare questa storia solo come un disastro. Nelle ore immediatamente successive all'hack, Bybit ha fatto qualcosa che gran parte del settore, storicamente, non ha saputo fare: ha comunicato in modo trasparente e rapido, ha attivato prestiti ponte e linee di liquidità da partner istituzionali per coprire il buco, ed è riuscita a garantire che ogni singolo utente potesse continuare a prelevare i propri fondi senza interruzioni né sospensioni.
Nessuna insolvenza. Nessun congelamento dei conti clienti. Zero perdite lato utente — l'intera perdita è stata assorbita dall'exchange stesso.
È la differenza, netta e misurabile, tra la gestione di una crisi da parte di FTX o Mt. Gox — dove gli utenti hanno scoperto mesi o anni dopo di aver perso tutto — e quella di un exchange che, pur avendo subito il furto più grande della storia crypto, ha onorato ogni obbligo verso i propri clienti nel giro di giorni. Non cancella l'entità del fallimento di sicurezza a monte. Ma è un dato che merita di essere raccontato con la stessa attenzione riservata al disastro tecnico, perché mostra che la gestione post-incidente non è un dettaglio: è spesso ciò che separa un exchange che sopravvive da uno che si porta dietro migliaia di vittime.
Cosa resta, un anno e mezzo dopo
A distanza di tempo, l'hack Bybit non è un capitolo chiuso: è un caso di studio che l'intero settore avrebbe dovuto studiare riga per riga, e che invece rischia di essere già archiviato come "un altro hack" in una lista che si allunga ogni anno. I fondi rubati sono, nella loro grande maggioranza, già stati spesi o convertiti in asset difficilmente rintracciabili — verosimilmente a beneficio diretto di un programma statale sanzionato dall'ONU.
Il messaggio per chiunque si fidi ciecamente dell'etichetta "multisig istituzionale" dovrebbe essere semplice: la sicurezza di un sistema distribuito dipende dall'anello più debole della catena umana e tecnica che lo circonda, non dal numero di firme richieste. E finché la regolazione continuerà a inseguire l'utente retail invece di affrontare il rischio rappresentato da attori statali organizzati, episodi come questo non saranno un'eccezione. Saranno lo standard.